Visualizzazione post con etichetta Endurance. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Endurance. Mostra tutti i post

lunedì 28 marzo 2016

Team BRIT, motorsport & disabilità verso Le Mans

Quando ho aperto questo blog, tempo fa, non avevo intenzione di scrivere qualcosa che ricordasse il flusso di notizie quotidiano. Per quello ci sono tanti altri siti, no? Anzi, in questo mare di news ci sono fin troppi pescatori... Non mi andava di condividere uno spazio già ristretto, ecco. Sono invece andato verso le radici del blogging, creando uno spazio per riversare la mia voglia di scrivere storie che piacessero soprattutto a me. Quello che sto per scrivere è proprio uno di quei racconti che non potevano non stuzzicare la mia curiosità.

Questa è una storia che parte da una immane tragedia umana, cioè la guerra. Un atto purtroppo del tutto umano che non solo ha un costo immediato di vite spezzate, ma che lascia ai sopravvissuti ferite difficili da rimarginare sia sul corpo sia nell'animo. Troppo spesso si sente parlare della mancanza di supporto ai reduci, prima servitori delle proprie nazioni e poi un problema sociale che le nazioni stesse non sembrano considerare appieno. Fortunatamente ci sono iniziative che provano in parte a dare il giusto spazio a queste persone, e il Team BRIT è una di queste.

Il Team BRIT è una scuderia automobilistica britannica che fa e farà correre, tra le proprie fila, piloti con gravi disabilità fisiche - principalmente reduci di guerra ma non solo -, dando un'opportunità agonistica a talenti altrimenti impossibilitati a esprimersi. Tuttavia non si tratta di un'operazione caritatevole come potrebbe sembrare, d'istinto. Questo è un progetto vero, serio e assolutamente ambizioso.

Ne ho parlato con Dave Player, fondatore del team che porta con sè il bellissimo hashtag #AliveToDrive. Ecco le sue risposte...

L'equipaggio del Team BRIT alla 24H di Silverstone (da sinistra):
Julian Thomas, Mark Allen, Martyn Compton, David Pittard. ©Scruffy Bear Pictures for Team BRIT



Il progetto del Team BRIT è rivolto alla diversità e a chi ha disabilità sia fisiche sia mentali. Quando hai cominciato a pensarci, e soprattutto perché?

Dopo aver lasciato l'esercito subii (nel 1991) un incidente nel quale mi ruppi il collo. Rimasi paralizzato e su una sedia a rotelle. Nonostante ciò, ho vissuto una vita davvero attiva, ho viaggiato, ho vissuto in differenti paesi e messo in piedi differenti business. Nel 2010 decisi che avrei lavorato con i reduci feriti delle truppe britanniche, e fondai KartForce, un'istituzione che permette loro di avvicinarsi al mondo del motorsport attraverso le gare di kart in versione endurance. Io stesso ho progettato i controlli al volante per i kart in questione. Molto presto scoprii che le gare avevano un impatto a lungo termine molto positivo sul morale di questi ragazzi. Le corse hanno risvegliato lo spirito competitivo che albergava dentro di loro, e hanno realizzato che avrebbero potuto competere allo stesso livello rispetto ai loro colleghi normodotati. Il motorsport ha dato a questi reduci, che vivono con ferite sia fisiche sia psicologiche, un nuovo obiettivo da seguire, aiutandoli a trovare la motivazione per ricostruire le loro rivoluzionate vite. Dopo 5 anni di karting, declinati in molte gare da 12 e 24 ore, alcuni dei ragazzi hanno chiesto se sarebbe stato possibile salire di livello, puntando alle auto. Ed è proprio da quella richiesta che è nato il Team BRIT.

A differenza di KartForce, questa squadra non è un ente caritatevole; è una società come tutte le altre e anche i piloti devono occuparsi della ricerca di sponsor. Questa è una parte importante del progetto: noi non solo aiutiamo i reduci a diventare dei piloti da corsa, ma li portiamo a sviluppare delle capacità commerciali che potrebbero essere utili a lungo.

Il nostro scopo è di ispirare altre persone con disabilità, depressione e disturbi post-traumatici da stress a ricostruire le loro vite attraverso il motorsport.

Martyn Compton, sopravvissuto all'incendio del mezzo militare con il quale stava svolgendo una missione.
Due soldati lo salvarono dal fuoco nemico e dalle fiamme, generate dallo scoppio del motore dopo un colpo da lanciagranate, mentre gli altri tre membri dell'equipaggio morirono. ©Scruffy Bear Pictures for Team BRIT

Il Team BRIT parteciperà alla 24 Ore di Silverstone nel prossimo aprile. La gara fa parte del calendario del campionato 24H Series (che ha fatto tappa anche al Mugello). La particolarità del campionato è che mette insieme tanti piloti pro e altrettanti gentlemen, con i primi spesso preoccupati sulle reali capacità dei secondi. Qual è la tua idea in proposito - visto che schiererai due piloti esperti affiancati da due reduci con esperienza relativamente ridotta nelle corse?

Abbiamo già alle spalle una stagione completa nel National Level britannico, con 8 vittorie in 12 gare. Di conseguenza abbiamo fatto un passo in avanti verso una serie internazionale, in previsione del raggiungimento del nostro obiettivo: la 24 Ore di Le Mans. I nostri piloti sono stati spesso sottovalutati, sin dai tempi del kart. Questo però si limitava solo a coloro i quali non avevano mai gareggiato contro di loro. Abbiamo partecipato a gare di tutti i tipi e contro avversari molto più esperti - talvolta dei professionisti. Alcuni arrivavano da noi, augurando ai ragazzi il meglio e di gustarsi l'esperienza. Dopo le corse ritornavano con un un livello di rispetto del tutto diverso. Abbiamo un pilota pro tra noi - David Pittard - e i tempi sul giro dei reduci sono praticamente al suo livello. Diciamo che il nostro esempio potrà insegnare qualcosa di nuovo al mondo del motorsport. Finché si parla e basta è un conto, ma solamente le azioni fanno guadagnare il rispetto. Questo è l'unico modo per rompere le barriere. Non serve lamentarsi - bisogna uscire fuori e agire.

Come approcceranno la corsa i due reduci iscritti dal Team BRIT, cioè Martyn Compton e Mark Allen?

L'approccio di Martyn e Mark a ogni corsa è assolutamente identico a quello portato avanti da qualsiasi altro pilota. La forma fisica e quella mentale sono prioritarie - abbiamo anche ingaggiato uno psicologo dello sport per questo. Si tratta di fare pratica, pratica e ancora pratica. Nulla fa migliorare un pilota come l'inanellamento di giri su giri in pista. I nostri coach hanno scoperto che Martyn e Mark hanno un modo unico per imparare velocemente, e ciò potrebbe essere legato alla loro esperienza tra i militari. Seguono le istruzioni alla lettera: scendono in pista, migliorano e tornano ancora più vogliosi di ricevere nuovi consigli. Sono sempre molto aperti al miglioramento e alla voglia di imparare, sia in pista sia fuori, e la loro crescita è stata sostanziale.


La Volkswagen Golf GTI con la quale il Team correrà a Silverstone.
La vettura è stata debitamente preparata per permettere a piloti disabili di correre in condizioni paritarie rispetto ai normodotati.
©Scruffy Bear Pictures for Team BRIT

Quali saranno i prossimi step per raggiungere l'obiettivo Le Mans?

Il nostro obiettivo è fare la storia alla 24 Ore di Le Mans 2018, diventando il primo team formato solamente da piloti disabili. Sappiamo dove vogliamo andare e come arrivarci. Dopo una stagione nella 24H Series, vorremmo salire di categoria nel WEC o nell'ELMS per il 2017. Il 2016 servirà ai nostri piloti per migliorare le capacità in corsa, ma anche per dimostrare agli sponsor che siamo un team con ambizioni serie e che meritiamo la giusta attenzione.

Mark Allen, qui di spalle, ha subito l'amputazione di entrambi gli arti inferiori.
Ha anche ferite al collo e agli arti superiori, dovute agli effetti devastanti dello shrapnel. ©Scruffy Bear Pictures for Team BRIT

Abbiamo già un grande esempio, tra gli atleti disabili, che ha dimostrato che correre in auto è possibile, ed è Alessandro Zanardi. Non solo la sua carriera è continuata dopo l'incidente, ma è stata anche mantenuta grazie all'intervento di numerose aziende sostenitrici. Pensi che il Team BRIT in futuro riuscirà ad attrarre altrettanta partecipazione da parte degli sponsor?

Ci sono molti piloti disabili di cui non si sente mai parlare che hanno fatto aprire gli occhi alle persone che lavorano le mondo del motorsport. Questi veterani dell'automobilismo hanno aperto la strada e hanno reso più facile l'inserimento delle generazioni successive di piloti disabili. Tuttavia nessuno ha avuto lo stesso impatto, a breve e a lungo termine, di Alex Zanardi. Zanardi è sempre stato una fonte di ispirazione per noi, e non solo per la sua guida. Dopo il suo incidente si è posto degli obiettivi e ha trovato un modo per raggiungerli tutti. Molte persone erano dubbiose riguardo alla sua competitività ad alto livello, ma i fatti hanno dimostrato che sbagliavano. Così facendo si è anche guadagnato la confidenza di sponsor seri. È questione di attitudine, di profonda determinazione, di capacità e di ottimismo.

L'intero team KartForce. ©Scruffy Bear Pictures for Team BRIT

Avete dedicato una parte del vostro progetto ai fan dell'automobilismo che vivono con disabilità?

Nel Regno Unito c'è una grande quantità di fan con disabilità, sia per quanto riguarda le due ruote sia per le quattro ruote. Andando a gareggiare il Team Brit porta con sé la speranza di trascinare ancor più disabili verso un impegno nel motorsport. Inoltre organizzeremo track days per differenti gruppi di persone disabili, inclusi i bambini. I nostri piloti dimostreranno che per loro sarà possibile trovare la dimensione giusta della loro esistenza, scrivendo in questo modo il capitolo successivo delle loro vite. Il nostro messaggio finale è che una questione soprattutto di attitudine: se vuoi qualcosa con tutto te stesso, puoi davvero riuscire a farlo succedere.

mercoledì 25 novembre 2015

Il riassunto della stagione 2015: WEC

Probabilmente la FIA non si sarebbe aspettata, nel 2012, un così grande successo per la sua neonata serie chiamata World Endurance Championship. Era dal 1992 che non esisteva un campionato mondiale che mettesse insieme prototipi e GT in un calendario composto da gare di durata, e nel corso degli anni questa mancanza era stata a malapena rimpiazzata dalla crescente popolarità della 24 Ore di Le Mans, dietro a una sapiente opera di comunicazione e di marketing dell'ACO.

Eppure, eppure... sembra proprio che la passione per il WEC cresca sempre di più, anche in un paese insospettabile come l'Italia, tralasciando comunque il fatto che basterebbe una vittoria Ferrari in F1 per far girare di nuovo la testa a molti tifosi estemporanei. Al di là di queste guerre di quartiere inutili, c'è un fatto incontestabile che gli abituali appassionati di endurance riconosceranno. Nel WEC, attualmente, ci sono tutti gli elementi per una narrazione epica delle corse, con le grandi marche (Porsche, Audi, Toyota) che si sfidano nella miglior classe (la LMP1) grazie alle gesta di piloti di prestigio quali Mark Webber, André Lotterer, Lucas Di Grassi, Sebastien Buemi, Loic Duval - più o meno tutti con le stesse possibilità di vittoria.

© Nick Dungan

Escludendo Le Mans, che ha regole d'ingaggio diverse, nel WEC 2015 il parco partenti ha raggiunto una certa stabilità, con circa 30 vetture presenti a ogni appuntamento guidate da equipaggi per la maggioranza full time. Questa particolarità ha portato alla formazione di classifiche molto corte, evitando la parcellizzazione dei sedili che si vede talvolta in altri campionati. E inoltre è d'aiuto anche per il pubblico, così maggiormente in grado di riconoscere i propri beniamini e fidelizzare il proprio interesse. Non sarebbe male nemmeno differenziare le livree delle varie LMP1 - che sono dannatamente identiche - ma questo è un desiderio personale.

Con la campionessa uscente Toyota un po' in sordina sono state Audi e Porsche a combattere per la corona 2015, con numerose battaglie in pista che hanno entusiasmato. Il divario tra le due compagini tedesche è stato ridottissimo per tutta la stagione, ma a trionfare alla fine è stata la Porsche, grazie soprattutto alle quattro vittorie in fila (Nurburgring, Austin, Fuji, Shanghai) del trio Timo Bernhard/Brendon Hartley/Mark Webber. I campioni del mondo 2015 hanno però dovuto faticare non poco per portare a casa l'ambito riconoscimento, per via del rocambolesco round finale in Bahrain.

I vincitori: Hartley, Webber e Bernhard © John Rourke


Tra le dune del deserto la Porsche poi vincitrice della classifica assoluta ha subito numerose noie tecniche (al motore, soprattutto) che hanno quasi fatto pensare a un ritiro dalla gara; un'eventualità che avrebbe portato a una vittoria Audi nel campionato con Fassler/Lotterer/Treluyer. A salvare la leadership di Bernhard/Hartley/Webber (5° in gara) ci sono stati altri due eventi: i guai meccanici dell'Audi di Di Grassi/Duval/Jarvis finiti poi sesti e soprattutto la grande gara della vettura gemella di Dumas/Jani/Lieb vittoriosi sulla linea del traguardo dopo un bel duello tra Lieb e Treluyer. Se nella disfida avesse trionfato Treluyer, l'Audi avrebbe raccolto i punti necessari per chiudere il campionato in testa...

Fassler/Treluyer/Lotterer © John Rourke

La battaglia tra Porsche e Audi si è protratta per tutto il campionato, e anche nella 24 Ore di Le Mans è stata confermata l'incredibile vicinanza tecnica tra le due marche. Mentre Bamber/Hulkenberg/Tandy hanno festeggiato una meritata vittoria - una grande impresa, considerando anche la minor esperienza sul circuito francese - l'Audi ha infranto il record della pista per ben due volte, prima con Albuquerque e poi con Lotterer.




Nella classifica riservata alle vetture GT ha trionfato - con tre successi - Richard Lietz, alfiere del Team Manthey che in sostanza ha portato in pista delle Porsche semiufficiali (come l'AF Corse fa con la Ferrari). Per l'austriaco è il primo titolo WEC che va a impreziosire una carriera di alto livello, avendo lui già vinto a Le Mans per tre volte (sempre con le GT). Per l'AF Corse le soddisfazioni maggiori sono arrivate dagli affiatatissimi Bruni/Vilander, vincitori a Silverstone e al Fuji, e da Rigon/Calado/Beretta, secondi a Le Mans dietro la scatenata Chevrolette Corvette di Gavin/Milner/Taylor. Anche l'Aston Martin ha potuto festeggiare una vittoria grazie alla prestazione di MacDowall/Rees/Stanaway nella 6 ore di Spa.

La LMP2 è stata conquistata dalla G-Drive Racing n°26 di Bird/Canal/Rusinov. Il trio, per altro ben assortito, ha vinto in 4 appuntamenti ma ha concluso la gara più importante - Le Mans, chiaramente - solo al terzo posto, dietro al team KCMG con base a Hong Kong (piloti Bradley, Howson e Lapierre, quest'ultimo finalmente vincitore in una gara nella quale aveva sempre sognato di trionfare).

La Ligier G-Drive di Bird, Canal e Rusinov © John Rourke

Nella LMGTE AM è arrivato l'unico successo un po' italiano nel WEC, grazie ad Andrea Bertolini e alla "sua" Ferrari 458 Italia. Il pilota nato a Sassuolo ha accompagnato alla vittoria la SMP Racing e i compagni Aleksey Basov e Viktor Shaitar. Un team che si può definire a tutti gli effetti italo-russo! Le tre vittorie ottenute, compresa la classica di Le Mans, sono state fondamentali per la classifica. Che sarebbe potuta essere diversa se Paul Dalla Lana, pilota canadese che veleggia tra gli status silver e bronze della FIA (e quindi eleggibile per la categoria AM), non avesse distrutto la propria Aston Martin mentre era in testa alla 24 Ore di Le Mans, per giunta a soli 45 minuti dalla bandiera a scacchi.


Dalla Lana, Lamy e Mathias Lauda hanno vinto in tre occasioni e concluso altrettante volte al secondo posto nella propria classe, precedendo per ben 5 volte l'equipaggio della SMP Racing alla fine vincitore. Mi piace pensare che il trio possa considerarsi, nel profondo dell'animo, altrettanto campione.

Vanno spese delle parole anche per Patrick Dempsey. La sua carriera da attore si è notevolmente ridotta per fare spazio a un'attività non altrettanto redditizia ma decisamente soddisfacente: le corse di alto livello. Ottima scelta: quest'anno è arrivato il primo adrenalinico podio a Le Mans (2° nella LMGTE AM) e la prima vittoria (al Fuji). La trasformazione da McDreamy a McSpeedy è quasi completa...

Patrick Dempsey © Nick Dungan


Classifica Piloti - primi 10 (tra parentesi il numero di vittorie):
Timo Bernhard/Brendon Hartley/Mark Webber (GER/NZL/AUS - Porsche) 166 (4)
Marcel Fassler/André Lotterer/Benoit Tréluyer (SWI/GER/FRA - Audi) 161 (2)
Romain Dumas/Neel Jani/Marc Lieb (FRA/SWI/GER - Porsche) 138.5 (1)
Lucas Di Grassi/Loic Duval/Oliver Jarvis (BRA/FRA/GBR - Audi) 99
Sebastien Buemi/Anthony Davidson (SWI/GBR - Toyota) 79
Mike Conway/Stéphane Sarrazin/Alex Wurz (GBR/FRA/AUT) 79
Kazuki Nakajima (JAP - Toyota) 75
Nick Tandy (GBR - Porsche & KCMG) 70.5
Earl Bamber/Nico Hulkenberg (NZL/GER - Porsche) 58
Sam Bird/Julien Canal/Roman Rusinov (GBR/FRA/RUS - G-Drive) 33.5
* a punti anche Bonanomi (Audi)

Classifica GT - primi 10 (tra parentesi il numero di vittorie di classe):
Richard Lietz (AUT - Porsche/Manthey) 145 (3)
Gianmaria Bruni/Toni Vilander (ITA/FIN - Ferrari/AF Corse) 131.5 (2)
Michael Christensen (DAN - Porsche/Manthey) 127 (3)
James Calado/Davide Rigon (GBR/ITA - Ferrari/AF Corse) 123
Frédéric Makoviecki (FRA - Porsche/Manthey) 118 (1)
Patrick Pilet (FRA - Porsche/Manthey) 100 (1)
Alex MacDowall/Fernando Rees (GBR/BRA - Aston Martin) 84 (1)
Christoffer Nygaard/Marco Sorensen (DEN/DEN - Aston Martin) 81
Richie Stanaway (NZL - Aston Martin) 78
Darren Turner (GBR - Aston Martin) 67
* a punti anche Bertolini (Ferrari), Fisichella (Ferrari), Cressoni (Ferrari), Gianmaria (Ferrari), Castellacci (Aston Martin), Roda (Chevrolet), Ruberti (Chevrolet), Mapelli (Porsche)

Classifica LMP1 - Privati (tra parentesi il numero di vittorie di classe):
Mathias Beche/Nicolas Prost (SWI/FRA - Rebellion) 134 (2)
Alexandre Imperatori/Dominik Kraihamer (SWI/AUT - Rebellion) 108 (2)
Pierre Kaffer/Simon Trummer (GER/SWI - ByKolles) 104 (2)
Daniel Abt (GER - Rebellion) 83 (1)
Nick Heidfeld (GER - Rebellion) 69
Matheo Tuscher (SWI - Rebellion) 25 (1)

Classifica LMP2 - primi 10 (tra parentesi il numero di vittorie di classe):
Sam Bird/Julien Canal/Roman Rusinov (GBR/FRA/RUS - G-Drive) 178 (4)
Richard Bradley/Matthew Howson (GBR/GBR - KCMG) 155 (2)
Pipo Derani/Ricardo Gonzalez/Hustavo Yacaman (BRA/MEX/COL - G-Drive) 134 (1)
Paul-Loup Chatin/Nelson Panciatici (FRA/FRA - Signatech) 86 (1)
Nicolas Lapierre (FRA - KCMG) 84 (1)
Nick Tandy (GBR - KCMG) 71 (1)
Pierre Ragues/Oliver Webb (FRA/GBR - SARD Morand) 70
Jonny Kane/Nick Leventis/Danny Watts (GBR/GBR/GBR - Strakka) 63
Ryan Dalziel/David Heinemeir Hansson/Scott Sharp (GBR/DEN/USA - Extreme Speed) 62
Ed Brown/Jon Fogarty (USA/USA - Extreme Speed) 62

Classifica LMGTE AM - primi 10 (tra parentesi il numero di vittorie di classe):
Aleksey Basov/Andrea Bertolini/Viktor Shaitar (RUS/ITA/RUS - Ferrari/SMP) 165 (3)
Emmanuel Collard/Francois Perrodo (FRA/FRA - Ferrari/AF Corse) 148 (1)
Paul Dalla Lana/Pedro Lamy/Mathias Lauda (CAN/POR/AUT - Aston Martin) 144 (3)
Rui Aguas (POR - Ferrari/AF Corse) 136 (1)
Patrick Long/Marco Seefried (USA/GER - Porsche/Dempsey) 131 (1)
Patrick Dempsey (USA - Porsche/Dempsey) 116 (1)
Khaled Al Qubaisi (EAU - Porsche/Abu Dhabi) 82
Christian Ried (GER - Porsche/Abu Dhabi & Dempsey) 79
Francesco Castellacci/Stuart Hall (ITA/GBR - Aston Martin) 54
Gianluca Roda/Paolo Ruberti (ITA/ITA - Chevrolet/Larbre) 52
* a punti anche Cressoni (Ferrari), Gianmaria (Ferrari), Mapelli (Porsche)

domenica 14 giugno 2015

Hulkenberg: il coltello nelle piaghe della F1

La vittoria della Porsche a Le Mans non è un fatto banale, cominciamo con questa verità. Il progetto endurance ha già dato i suoi frutti già al secondo anno, con una doppietta ottenuta (sulle Audi) in modo perentorio ma abbondantemente sudata in un confronto ravvicinatissimo.



L'altra notizia molto importante sfornata dalla 24 Ore è relativa all'equipaggio vincitore. Nick Tandy, Earl Bamber e Nico Hulkenberg hanno corso una gara impeccabile dal primo all'ultimo giro, impressionando gli addetti ai lavori.

Nick Tandy era l'unico dei tre ad aver già partecipato alla gara francese: due prestazioni (dal punto di vista dei risultati) non memorabili a bordo di vetture GT. Sia per lui, sia per il neozelandese Earl Bamber, questo è sicuramente il miglior risultato in carriera.



E lo è anche per Nico Hulkenberg. La sua vittoria è la più splendente dimostrazione di quanto il mondo della F1 sia talvolta sopravvalutato in quanto a meritocrazia. Molti, nell'ambiente, saranno felici di una prestazione che rende giustizia al suo talento; altri storceranno il naso copiosamente.



Mediaticamente, e lo scrivo soprattutto per quelli che il motorsport lo seguono con costanza, la giornata di oggi è funerea per i vertici della F1. Da mesi la serie è sotto attacco per le ragioni più disparate: i costi crescenti, i team in crisi, la troppa politica, la mancanza di ricambio nelle classifiche, le gare troppo ingessate... La F1 è sempre la F1, ma di fronte a una 24 Ore come quella di quest'anno non si può che rimanere scioccati: una lotta pazzesca dal primo all'ultimo minuto, raccontata usando quei toni epici che il glamour del Circus non riesce attualmente a sostenere. 

La vittoria di Hulkenberg darà quindi un ulteriore scossone (in negativo) a un campionato che sta facendo fatica a rimanere nel cuore dei giovani appassionati.

Pensiamoci bene: un pilota dal talento cristallino, vittorioso in quasi tutte le categorie minori nelle quali ha corso, arriva in F1 e si installa a metà classifica. Una metà classifica raggiunta portando a punti auto non eccezionali e costruita battendo spessissimo i propri compagni di team. Una metà classifica mantenuta a suon di gran rifiuti, soprattutto dalla Ferrari - team che non ha mai avuto il coraggio di dargli un sedile nonostante i tanti abboccamenti. Insomma, un grande incompiuto. Eppure, con la vittoria assoluta a Le Mans, entra nella storia alla sua prima partecipazione a una gara di 24 Ore sfoderando una grinta e una precisione degne del miglior Kristensen.

Pensiamoci bene, sì. Ricordando che la F1 non è - ultimamente - il campionato dove viene maggiormente premiato il talento. Anche se Hulkenberg non porta comunque sponsor alla Force India, suo team attuale, la sua presenza sulla griglia non conta molto di più di quella di Ericsson. Ed è un peccato.



Nico dovrebbe presto telefonare ad Arrivabene e dirgli "Sai, se Raikkonen non ti sta bene, io ho appena vinto una 24 Ore di Le Mans". Ma ho l'impressione che neanche un trofeo del genere potrebbe smuovere un posto in un top team in F1. E allora perché non abbandonarla, questa F1 spocchiosa e irriconoscente? Abbandonala, Nico, verso altre 24 Ore, o magari verso la 500 Miglia di Indianapolis.